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Il termine Stage Fright , paura da palcoscenico, è utilizzato dai professionisti del mondo dello spettacolo per indicare quel blocco psicofisico che a volte accade in scena di fronte ad un pubblico. Attori, cantanti d'opera e non, sportivi di professione paventano questa eventualità come la più pericolosa per la buona riuscita della performance. Per la stragrande maggioranza della gente lo Stage Fright consiste nell'ansia da discorso pubblico o nell'ansia da prestazione qualora si debba sostenere un'esame di fronte ad una audience come accade all'università. Ogni ragazzino ha provato questa sensazione in un momento specifico della sua vita scolastica quando interrogato non riesce a rispondere pur sapendo la risposta. Io l'ho provata con la tizia dei numeri negativi sui compiti di greco su una domanda sulle Leggi di Nabucodonosor e ricordo che posto all'attenzione di tutti, gente per lo più ignota, un silenzio tombale seguì la domanda perentoria dell'insegnante e durante quei momenti infiniti nella mia testa la risposta si articolava perfettamente ma dalla bocca nessun suono.
Ognuno poi se ne è capace prende le misure a questa sua difficoltà più o meno manifesta nei confronti della gente che lo circonda più che nei confronti dello Stage che calca. Ma intanto è utile ricordare che se gli attori accettano il giudizio degli spettatori ma proprio per questo lo temono, la tipologia di docenti di cui sopra, anch'essi chiamati a fronteggiare il proprio pubblico, non pare soffrano particolarmente di ciò, saranno superuomini? No, molto più semplicemente a loro non par vero che ci sia qualcuno che paghi un biglietto d'ingresso ed in caso di loro manifesto flop didattico/educativo possa pretenderne il risarcimento. Saremo d'accordo dunque sul fatto che lo Stage Fright è timore dell'altro, timore dell'altrui giudizio.
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o ora capovolgerei la questione nei seguenti termini: chi mi interroga e chi è pagato per ascoltarmi, il biglietto d'ingresso, merita la mia risposta?
All'università, se si è fortunati, a volte si possono instaurare rapporti di stima già adulta con i docenti e l'ansia da prestazione può essere mitigata dalla propria presa di coscienza di ciò che si studia e perché. Le prove superate con la lode aggiungono qualcosa al nostro bagaglio di strategie nel fronteggiare il problema. Ma è certo che ancor oggi non c'è strategia che tenga per fronteggiare on the Stage chi si è già fatto un'idea su di te, non autorizzato da niente che non siano altro che le sue proprie debolezze. Con costoro non c'è comunicazione perché il gioco che prediligono è quello del potere psicologico o formale sui propri presunti sottoposti. |
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L'ultimo Stage Fright che mi è capitato è stato pochi giorni fa, si doveva discutere dell'organizzazione oraria di un corso con alcuni specializzandi, erano quasi tutte ragazze, e non prevedendo di essere coinvolto in una ressa di più di 120 persone in un'aula poco capiente ed essendo assolutamente negato per dirigere il traffico delle date, mediare tra esigenze diverse di gruppi di studenti rissosi, ho pensato Spero che nessuno pensi mai che io debba minimamente prendere la parola in questa ressa , il mio collega, fortunatamente, molto più ingegnere di me ha fronteggiato con valore la situazione ed io l'ho sostenuto zitto ma presente anche se solo all'apparenza. Tutto è andato bene, ma, come dire, lo Stage Fright è l'emergenza che provo quando sento che la situazione non è sotto il mio controllo professionale. Non dipendeva dagli studenti, non dipendeva da noi ma si era creata una situazione in cui si doveva parlare a 140 persone.
Da questa recente esperienza ho capito che può ancora saltuariamente accadere ma in genere mi sento vaccinato se devo tenere una lezione anche a 140 persone. Ho le mie strategie. Sono introverso e come tutti gli introversi sono incapace di dar fiato alle trombe nei Collegi dei Docenti, in questi anzi mi vien da sperare che lo Stage Fright faccia più vittime di quanto non accada.
Lo studio successivo, la necessità di dover trovare percorsi alternativi perché davvero incapace di seguire la scia dell'ovvio, mi hanno portato a dettare tempi e modi diversi al mio modo di affrontare il timore degli altri.
Gli altri sono gli amici, i conoscenti, gli sconosciuti e i nemici. Con gli amici non si soffre l'ansia di prestazione, con i conoscenti e gli sconosciuti si può organizzare una relazione comunicativa di interscambio basata sulla professionalità, lo Stage Fright è tanto più alienato quanto più coinvolgi chi ti ascolta, i nemici rimangono il problema. A costoro non si deve concedere niente, lo studente riottoso non concede la soddisfazione della risposta.
Quando studiavo Letteratura inglese non c'era espressione che mi affascinasse di più per l'incommensurabile ampiezza del significato che portava con sé, quest'espressione é Bigger than Life , si era soliti utilizzarla per fregiare la personalità di quegli eroi o antieroi della narrazione che risultavano completi, che si chiamassero Macbeth o Don Quijote. Rispetta la complessa molteplicità dell'animo umano ed è rara e preziosa nella costruzione dei caratteri in letteratura quanto lo è l'ambra in natura.
Lo studio universitario che avevo scelto mi forniva una chiave di lettura sui meccanismi che regolano il nostro quotidiano e se ho iniziato a studiare seriamente questo è stato perché trovavo risposte ai problemi che il quotidiano poneva. Non sono una macchina da studio, si diceva secchione anni fa, ma se mi focalizzavo su qualcosa ero solo io che decidevo quando smettere.
Shakespeare e Cervantes sono miniere di platino. In Macbeth grondava sangue ed il sangue era vivo, ammoniva e terrorizzava. Nelle illustrazioni di Dalì per il Don Quijote ho visto un'altra storia, diversa da quella che comunemente si tramanda, del povero mentecatto che scambia i mulini per giganti. Ho visto la forza di un mentecatto che quando vede i giganti al posto dei mulini, i giganti ci sono davvero.
I nemici, eravamo rimasti a questi ultimi, se è possibile la mia risposta è questa: cercare di essere Bigger than Life , contenerli e lasciare che si annullino piacevolmente macinati nella centrifuga del Blob quotidiano a cui appartengono, loro sono la parte spiacevole ma necessaria della vita.
Che ti diano più o meno noia poi non dipende dal fatto che costoro possano ricredersi o avere ripensamenti sul loro operare ma dipende dal fatto che essi possano ritrovarsi comprimari di una vicenda più grande di loro le cui dinamiche narrative non comprendono ma di cui hanno timore. Una specie di Rosenkrantz e Guilderstein in preda a Stage Fright di una tragedia maggiore, figure monodimensionali buone per tacere. |
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