Moby Dick

 

Moby Dick

La riduzione del famoso romanzo è divisa in tre parti e queste in ulteriori tre parti per la migliore fruizione possibile.
L'opera, narrata in modo sequenziale ad un primo livello, è divisa in temi ed approfondimenti ad un secondo livello, al terzo livello ci sono letture selezionate in relazione ai temi ed ad un livello ancora più basso altri approfondimenti e suggestioni audiovisive.
La voce narrante è quella di Paolo Baldini (2011) tratta dalla registrazione del Moby Dick  mandata in onda da Radio 3 – Il Terzo Anello.
Buon ascolto.

Moby Dick 1.1



 il narcisismo
narcisismo
il Fato
Fato

la paura
paura

 

il microcosmo sociale
microcosmo1

 


microcosmo2

l' nferno
Inferno

Moby Dick 1.2



gli ufficiali
microcosmo3

i ramponieri 1
ramponieri

i ramponieri 2
ramponieri2

 

Achab
Achab

 

la ciurma
ciurma



Moby Dick 1.3


Achab 1
Achab1

Moby Dick
MD

Achab 2
Achab2

Achab 3
Achab3


Moby Dick 2.1


Achab 4
Achab4

il bianco
bianco

il bianco 1
bianco1


Moby Dick 2.2



la vita
la vita

il mare
la vita

 

la caccia
la caccia

 

la caccia 1
la caccia1


Moby Dick 2.3



Achab 5
Achab5

Achab 5
Achab5

 

Achab 6
Achab6

 

 

Achab 7
Achab7

 la caccia 1
la caccia1

il capodoglio
il capodoglio

il tragico giuramento
il giuramento

l'ossessione
l'ossessione


Moby Dick 3.1


 

Perseo
Perseo

Perseo 1
Perseo1

i balenieri nel mito
balenieri

Moby Dick 1
MD1

le navi baleniere

navi1

le balene per Ismaele

 

balene






 





 

il significato nascosto

 

 

 

significato










Moby Dick 3.2


 

l'aquila di Catskill

 

 

 

 

 

aquila











il falco

 

 falco






















gli uccelli

 

 uccelli











Moby Dick 3.3


 

Achab - i ricordi

 

 

 

 ricordi
























Achab - la fine

 

  fine









Achab - l'affondamento del Pequod

 

 

  affondamento






















Temi e testo selezionato rispetto ai temi

1 - il viaggio
Il viaggio è un rischio sempre, figurarsi quando si affronta il mare oceano per 4 o 5 anni senza toccare mai terra come accadeva ai tempi di Melville. Il viaggio sul filo del rischio quotidiano è una continua sfida ai propri limiti personali, è una continua tensione, costante, che finirà, in casi estremi come questo, per mettere allo scoperto il tetto del limite. Limite nell’opporsi alla monomania tirannica e tragica di Achab da parte della ciurma, limite nei confronti della forza incomprensibile e misteriosa della natura, limiti di comprensione razionale. Limiti, filacci, ramponi, strutture, schemi, barriere ai quali unica sfugge Moby Dick, creatura che raggiunge profondità sovrumane di cui possiamo solo immaginare il vuoto, la vacuità. La verità a tutti i costi è un limite irraggiungibile, brucia, e Ismaele si ferma in tempo dove Achab è da tempo passato e ormai inesorabilmente perduto.
Viaggi del genere sono una costante nella letteratura, da Omero a Coleridge, da Chatwin a Darwin.
Dice Elémire Zolla: “Il primo capitolo di Moby Dick comincia con una dichiarazione non umana, ma angelica, Call me Ishmael: chiamatemi Ismaele, non già mi chiamo Ismaele. Non ha importanza il nome del protagonista narratore, ma ciò che egli simboleggia. Ismaele è l’uomo che si sa dotato di una superiorità non riconosciuta dal mondo: il primogenito di Abramo è un bastardo cacciato nel deserto, fra altri reietti; là impara a sopravvivere a questa morte, in perfetta solitudine, indurito contro le avversità”.
E’ ciò che resta dell’uomo che è riuscito a sopravvivere al dolore della morte di una parte di sé, di una parte rischiosa di sé, irrazionale o fin troppo razionale come ci dimostra Achab nel passo sulle maschere di cartone.

 

Stammi a sentire di nuovo. Andiamo ancora un po' più a fondo. Tutti gli oggetti visibili, amico, sono solo maschere di cartone. Ma in ogni cosa che succede, nell'azione viva, nel fatto preciso, lì, c'è qualche cosa di sconosciuto ma sempre ragionevole che sporge il profilo della faccia da sotto la maschera cieca.

 

I • QUALCOSA APPARE IN LONTANANZA
Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa - non importa quando esattamente -avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po' per mare, e vedere la parte acquorea del mondo. È un modo che ho io di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione. Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara; ogni volta che nell'anima ho un novembre umido e stillante; quando mi sorprendo a sostare senza volerlo davanti ai magazzini di casse da morto, o ad accodarmi a tutti i funerali che incontro; e soprattutto quando l'ipocondrio riesce a dominarmi tanto, che solo un robusto principio morale può impedirmi di uscire deciso per strada e mettermi metodicamente a gettare in terra il cappello alla gente, allora mi rendo conto che è tempo di mettermi in mare al più presto.

 

I • QUALCOSA APPARE IN LONTANANZA Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto, con dentro un'anima sana e robusta, ammattisce prima o poi dalla voglia d'imbarcarsi? Perché voi stessi, al primo viaggio fatto da passeggeri, avete avvertito un tale brivido misterioso al sentire che voi e la nave avevate perso di vista la terra? Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? E perché i Greci gli assegnarono un dio a parte, e fratello dello stesso Giove? Certo tutto ciò non è senza significato. E ancora più profondo è il significato di quella storia di Narciso, che non potendo afferrare l'immagine tormentosa e gentile che vedeva nella fonte, vi si tuffò e morì annegato. Ma quell'immagine la vediamo noi stessi in tutti i fiumi e gli oceani. È l'immagine del fantasma inafferrabile della vita; e questo è la chiave di tutto.

 

XLIX • LA IENA Ci sono certi casi e situazioni buffe, in questo strano affare caotico che chiamiamo la vita, in cui un uomo prende tutto quanto l'universo per una gran beffa da villano, però non riesce che vagamente a capirne il sale, e sospetta assai che i danni non siano d'altri che di lui. E tuttavia non trova niente che lo scoraggi e niente per cui valga la pena di azzuffarsi. E inghiotte tutto, fatti e credi e fedi e opinioni, tutte le cose pesanti visibili e invisibili, non importa quanto difficili a digerire, come uno struzzo dallo stomaco potente ingolla pallottole e pietre focaie. E quanto alle piccole difficoltà e ai fastidiucci, alle prospettive d'improvvisa rovina, ai rischi di rimetterci un braccio o la vita, tutto ciò e la morte stessa gli paiono solo bottarelle furbastre e bonarie, allegre gomitate nei fianchi di cui ci onora il vecchio burlone invisibile e indecifrabile. Questa buffa specie di umore capriccioso di cui parlo scende su un uomo soltanto in qualche periodo di estremo tribolo, lo coglie proprio nel mezzo del suo zelo, sicché ciò che un minuto prima gli poteva sembrare cosa di straordinaria importanza, ora gli pare solo parte della beffa generale. Niente come i pericoli della baleneria sa far nascere questo tipo spensierato e strafottente di filosofia gioviale, da gente che non ha nulla da perdere. E così ora consideravo tutto questo viaggio del Pequod e la gran Balena Bianca che ne era lo scopo.

 

LII • L'ALBATRO «Barra sopravvento! Raddrizzala per il giro del mondo!»
Il giro del mondo! Parole che ispirano tanti sentimenti di orgoglio; ma dove ci porta tutta questa circumnavigazione? Soltanto, attraverso pericoli innumerevoli, al punto esatto da dove eravamo partiti, dove quelli che abbiamo lasciati indietro al sicuro sono stati per tutto il tempo davanti a noi.
Se questo mondo fosse un piano infinito, e navigando verso est potessimo raggiungere sempre posti più distanti e scoprire cose più dolci e strane di tutte le Cicladi o le Isole del Re Salomone, allora ci sarebbe senso nel viaggio. Ma quando inseguiamo quei misteri lontani che sogniamo, o diamo tormentosamente la caccia a quel fantasma demoniaco che prima o poi nuota davanti a tutti i cuori umani, quando così ci buttiamo alla caccia intorno a questo globo, quelle cose ci portano dentro sterili labirinti, o ci lasciano a mezza strada.

 

LXXXVII • LA GRANDE ARMADA - E ricordate questo, della nave baleniera. Mentre altri scafi sono stracarichi di roba altrui da trasportare a banchine straniere, la baleniera, vagabonda della terra, non porta altro carico che se stessa e l'equipaggio con armi e provviste. Ha tutto un lago imbottigliato nella sua stiva capace. È zavorrata di cose utili, e non di inservibili pani di piombo e di ghisa. Porta dentro di sé acqua per anni. Acqua di Nantucket, pura e di prim'ordine, acqua che l'uomo di Nantucket, dopo tre anni di viaggio, in mezzo al Pacifico, preferisce al liquido salmastro delle botti portate ieri sulle zattere da qualche fiume peruviano o indiano. Per questo succede che mentre altre navi possono essere andate dalla Cina a New York e viceversa toccando una ventina di porti, in quel frattempo la baleniera non ha magari avvistato un solo granello di terra, gli uomini non hanno visto altro che marinai a galla come loro. Sicché se portaste la notizia che è successo un altro diluvio, vi risponderebbero solo: «Bene, ragazzi, ecco qua l'arca.»

 

XLI • MOBY DICK - Roso di dentro e bruciacchiato di fuori, lacerato di continuo dalle zanne di qualche idea incurabile: un uomo così, a trovarlo, sarebbe il vero tipo fatto per scagliare il rampone e alzare la lancia contro il più terrificante dei bruti. E se per qualche motivo lo si dovesse considerare inabile nel fisico, parrebbe sempre adatto in modo superlativo a eccitare e aizzare i suoi subalterni all'attacco. Comunque sia è certo che Achab, con tutta la sua pazza furia serrata e sprangata nel segreto dell'animo, era partito di proposito per questo viaggio con l'unica e maniaca intenzione di dare la caccia alla balena bianca. Se qualcuno dei suoi vecchi conoscenti di terra avesse appena sospettato ciò che egli covava dentro, con che fretta le loro rette anime sbigottite avrebbero strappato la nave a un uomo così diabolico! Tutto ciò che volevano era una crociera vantaggiosa, un utile da contarsi in dollari di zecca. Ciò che voleva lui era una vendetta temeraria, spietata, ultraterrena.

 

CXXXV • LA CACCIA. TERZO GIORNO
«Starbuck!»
«Sissignore.»
«Per la terza volta la nave dell'anima mia comincia questo viaggio, Starbuck.»
«Sì, signore, è quello che avete voluto.»
«Qualche nave salpa dal porto, e poi è perduta per sempre, Starbuck!»
«È vero, signore: triste ma vero.»
«Qualcuno muore col riflusso, qualcuno con la bassa marea, e altri quando è alta... e ora mi sento come un'ondata che è tutta un pettine di schiuma, Starbuck. Sono vecchio... qua la mano, Starbuck.»

 

CXXXV • LA CACCIA. TERZO GIORNO - E proprio il terzo giorno, quello decisivo!... Perché quando passano tre giorni in un solo inseguimento frenetico, certo il primo è il mattino, l'altro il mezzogiorno e il terzo la sera e la fine di tutto... comunque vada a finire. O mio Dio! Cos'è che mi trapassa e mi lascia quieto come un morto, eppure in attesa... inchiodato in cima a un brivido! Cose che saranno mi nuotano davanti, come vuoti contorni e scheletri; tutto il passato mi pare buio. Mary cara! mi svanisci alle spalle in una luce pallida; mio figlio! mi sembra di vedere solo i tuoi occhi, diventati così azzurri. I problemi più astrusi della vita mi sembrano chiarirsi: ma in mezzo si buttano nuvole... Si avvicina la fine del viaggio?

2 Narciso - narcisismo
I • QUALCOSA APPARE IN LONTANANZA Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto, con dentro un'anima sana e robusta, ammattisce prima o poi dalla voglia d'imbarcarsi? Perché voi stessi, al primo viaggio fatto da passeggeri, avete avvertito un tale brivido misterioso al sentire che voi e la nave avevate perso di vista la terra? Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? E perché i Greci gli assegnarono un dio a parte, e fratello dello stesso Giove? Certo tutto ciò non è senza significato. E ancora più profondo è il significato di quella storia di Narciso, che non potendo afferrare l'immagine tormentosa e gentile che vedeva nella fonte, vi si tuffò e morì annegato. Ma quell'immagine la vediamo noi stessi in tutti i fiumi e gli oceani. È l'immagine del fantasma inafferrabile della vita; e questo è la chiave di tutto.

3 fato - destino
I • QUALCOSA APPARE IN LONTANANZA Sebbene non sappia dire esattamente perché quei direttori dI scena, i Fati, mi abbiano ingaggiato per questa parte meschina di un viaggio a caccia di balene, quando invece altri venivano designati per splendide parti in tragedie sublimi, oppure per brevi e facili parti in commedie delicate, e per allegre parti di farse - sebbene non sappia dirne la ragione precisa, pure adesso che ricordo tutti i particolari mi pare di vederci un po' chiaro tra le molle e i motivi che, presentatimi astutamente sotto varie maschere, mi spinsero a darmi da fare per recitare la parte che recitai; oltre a invescarmi nell'illusione che si trattasse di una scelta che risultava dalla mia libera e spontanea volontà e dal mio perspicace giudizio.

 

XLI • MOBY DICK - Ecco dunque: un vecchio grigio ed empio inseguiva maledicendo attorno alla terra una balena di Giobbe, e per giunta alla testa di una ciurma fatta sopratutto di bastardi rinnegati, di reprobi e di cannibali; un gruppo di uomini indebolito, anzi, dall'insufficienza dell'onestà o virtù isolata e senza altri aiuti di Starbuck, dalla noncuranza e dall'indifferenza così impassibili e spensierate di Stubb, e dalla mediocrità di cui Flask era tutto imbevuto. Un equipaggio simile, e con simili ufficiali, pareva scelto e assortito apposta da qualche fato diabolico per aiutare Achab nella sua vendetta maniaca. Come mai rispondessero tanto alla rabbia del vecchio, quale incantesimo malvagio si fosse impossessato delle loro anime, tanto che a volte quell'odio pareva quasi un loro odio e la balena bianca un nemico che anche loro non potevano soffrire; come mai fu possibile tutto questo, e ciò che era per loro la balena, e perché anche nel loro inconscio la bestia poté presentarsi in qualche modo misterioso e insospettato come il gran demonio che scivola per i mari della vita, per spiegare tutto questo bisognerebbe tuffarsi più a fondo di quanto non sa fare Ismaele. Quel minatore sotterraneo che lavora in tutti noi, come è possibile dire, dal rumore sempre diverso e soffocato che fa il suo piccone, dove conduce il suo pozzo? Chi non sente il braccio irresistibile che ci trascina? Quale battello può starsene fermo, se una corazzata lo rimorchia? Quanto a me, cedetti al rilassamento del tempo e del luogo; ma mentre ero anch'io tutto preso dalla smania di affrontare la balena, non riuscivo a vedere altro in quel bruto che il male più funesto.

 

CXXXIII • LA CACCIA. PRIMO GIORNO - Il doblone è mio, il destino me l'ha riservato. Io solo, e nessuno di voi avrebbe potuto avvistare la balena bianca. Là soffia! Là soffia! Là soffia! Laggiù! Di nuovo!

 

CXXXV • LA CACCIA. TERZO GIORNO - Il rampone fu scagliato; la balena ferita balzò avanti; la lenza corse bruciante nella scanalatura: s'imbrogliò. Quello si chinò a districarla, ci riuscì, ma il cappio volante lo prese al collo, e senza gridare, come la vittima strangolata dai muti schiavi dei Turchi, Achab saltò dalla barca prima che gli altri vedessero che era sparito. L'attimo dopo, la pesante gassa impiombata in cima al cavo volò via dalla tinozza vuota, abbatté un rematore e frustando il mare sparì nei gorghi.
Un momento, l'equipaggio della lancia rimase impietrito. Poi si voltarono. «La nave, gran Dio, dov'è la nave?» Presto, attraverso veli d'acqua foschi e confusi, ne videro il fantasma obliquo che svaniva, come tra i vapori della Fata Morgana, solo le vette degli alberi fuori dell'acqua; e inchiodati ai posatoi un tempo così alti, per pazzia, fedeltà o destino, i ramponieri pagani affondavano sempre scrutando sul mare.

4 la paura tra sogno e cromatismo
Che il fato possa metterci in condizione di sfiorare l’ignoto è dato anche dalla nostra percezione di riconoscelo per esserne magneticamente attratti.
Con noi portiamo i nostri ramponi, a volte inadeguati, e la forza o la debolezza che ci costituisce. Nella certezza dell’equilibrio interiore della nostra natura con la natura possiamo essere illusoriamente domatori del nostro destino. Quando l’illusione si frantuma in pioggia di schiuma sulle rocce la paura assume i colori del bianco. E’ un segnale, gli incubi nell’opera segnano i momenti in cui Ismaele, rispettoso e timoroso della forza e della misteriosa maestosità della natura impersonata dalla balena bianca, si allontana scettico dal folle progetto omicida del capitano. Achab è oltre la paura, è l’opposto speculare della balena o di ciò che rappresenta Sei luce, ma esci dalla tenebra; ma io sono tenebra che balza fuori dalla luce.
I passi selezionati che seguono sono sul tema proposto.

 

IV • LA COPERTA Infine caddi, immagino, in un torpore penoso da incubo; e uscendone a poco a poco, ancora mezzo affogato nei sogni, apersi gli occhi e la camera già assolata era adesso avvolta nel buio della notte. Subito mi sentii percorrere tutto da una scossa. Non si vedeva niente, non si sentiva niente; ma mi parve che una mano soprannaturale mi stringesse la mano. Il mio braccio pendeva lungo la coperta, e la forma o fantasma silenziosa, indefinibile, inimmaginabile a cui apparteneva la mano pareva sedermi vicino sulla sponda del letto. Per ciò che mi parve una durata di secoli e secoli stetti così, agghiacciato dalle paure più tremende, e non osavo ritirare la mano, eppure pensavo continuamente che, solo a poterla muovere di un pollice appena, l'orribile incantesimo si sarebbe spezzato. Non so come questa sensazione, alla fine, svanì via. Ma svegliandomi al mattino; di colpo ricordai tutto con un brivido, e per giorni e settimane e mesi mi perdetti in tentativi angosciosi di spiegare quel mistero. Perfino oggi mi capita di ricominciare a pensarci.

 

LVIII • BRIT Considerate l'astuzia del mare: come le sue creature più temute vanno scivolando sott'acqua, quasi del tutto invisibili, e nascoste perfidamente sotto le più amabili tinte d'azzurro. Considerate anche lo splendore e la bellezza diabolici di tante delle sue tribù più feroci, come le forme aggraziate ed eleganti di molte specie di squali. Considerate ancora il cannibalismo universale del mare, in cui tutte le creature si predano a vicenda conducendo un'eterna guerra fin dall'inizio del mondo. Considerate tutto questo, e poi volgetevi a questa terra verde, gentile e tanto docile. Considerateli tutti e due, il mare e la terra, e non scoprite una strana analogia con qualche cosa in voi stessi? Perché come quest'oceano spaventoso circonda la terra verdeggiante, così nell'anima dell'uomo c'è un'insulare Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata da tutti gli orrori di questa semisconosciuta vita. Vi protegga Iddio! Non vi spingete al largo da quell'isola; potreste non tornare più.

 

CXIX • LE CANDELE - «Tutti i vostri giuramenti di dare la caccia alla balena bianca sono impegnativi come il mio; e il vecchio Achab s'è legato cuore e anima, corpo, polmoni e vita. E perché sappiate a che ritmo gli batte il cuore, guardate qui: così io spengo l'ultima paura!» E con un gran soffio spense la fiamma.
Come nell'uragano che spazza la pianura gli uomini fuggono la vicinanza di qualche olmo solitario e gigantesco, la cui stessa altezza e forza non fanno che renderlo più malsicuro, perché tanto più attira i fulmini; così, a quelle ultime parole di Achab, molti dell'equipaggio fuggirono lontani da lui, sconvolti dal terrore.

 

XLII • LA BIANCHEZZA DELLA BALENA Ma ci sono altri casi in cui la bianchezza perde completamente quella strana aggiunta di sublimità che l'informa nel cavallo bianco e nell'albatro. In un uomo albino, cosa c'è che ripugna in modo così particolare e spesso offende l'occhio, tanto che a volte egli è aborrito perfino da amici e familiari? È la bianchezza che lo fascia e che si esprime nel nome che porta. L'albino non è meno ben fatto degli altri, non ha alcuna sostanziale deformità, eppure basta quella bianchezza che lo copre tutto a renderlo, chi sa perché, più orribile del più orrendo aborto.

 

XLII • LA BIANCHEZZA DELLA BALENA Però non abbiamo ancora risolto il mistero di questa bianchezza né scoperto perché abbia un fascino così potente sull'anima; e, cosa più strana e assai più stupefacente, perché mai, come abbiamo visto, essa sia nello stesso tempo il simbolo più pregnante delle cose dello spirito, anzi il velame stesso della Divinità Cristiana, mentre poi è indubbio che opera a fare più terribili le cose che più atterriscono l'uomo. Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell'universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell'annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l'assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l'amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c'è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nevi, colore incolore di ateismo che ci ripugna? E ci viene anche da pensare a quell'altra teoria dei filosofi della natura, che tutte le altre tinte terrene, ogni ornamento delicato o solenne, le sfumature soavi dei cieli e dei boschi al tramonto, fino ai velluti aurei delle farfalle e alle guance di farfalla delle ragazze, tutte queste cose non sono che subdoli inganni, qualità non inerenti alle sostanze ma solo appiccicate dal di fuori. Sicché tutta questa Natura deificata non fa che dipingersi proprio come una puttana che copre di vezzi il carnaio che ha dentro. E andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza una mediazione darebbe a ogni oggetto, anche ai tulipani e alle rose, la sua tinta vuota. Quando riflettiamo su tutto questo, l'universo paralizzato ci sta davanti come un lebbroso; e come viaggiatori testardi che attraversando la Lapponia rifiutano di mettersi sugli occhi vetri colorati e coloranti, l'infelice miscredente si acceca a fissare l'immenso sudario bianco che avvolge attorno a lui tutto i l paesaggio. E di tutte queste cose la balena albina era il simbolo. Perché allora vi meraviglia questa caccia feroce?

5 il sublime
Nel buio del romanzo, che non ebbe successo proprio perché all’epoca della sua pubblicazione gli orientamenti di gradimento erano dettati da rappresentanti religiosi, ciò che eccelle è la luce del vitalismo umano, per quanto infernale sia la visione del mondo di Achab questa è una esplosione di luce di divina articolazione linguistica, di vitalismo locutorio celestiale quasi a contrastare nella pratica il satanismo di cui fu tacciata l’opera.
The "beautiful" was what, in nature or in art, gives aesthetic pleasure, creating a sense of harmony between the thing and ourselves, between our imagination and our understanding. What appears in sensuous form can be felt and accepted by our senses, but does not go beyond them.The "sublime", however, is much more than this. It is something which strikes us by its greatness (size, expanse, or degree of spiritual power), In the case of sublimity we do not accept it immediately; it may at first give rise to fear or astonishment. Sublimity does not produce harmony; on the contrary, it makes us realize that we are in the presence of something beyond the apprehension of our senses, an absolute power. We realize our littleness in the presence of infinity. A sublime object reveals the work of a supernatural designer, directing us from the sensible to the suprasensible. (Kant)

 

III • ALLO SFIATATOIO Però ciò che lasciava più perplessi e confusi era la lunga, agile, portentosa massa nerastra di qualcosa che si librava al centro del quadro, sopra tre vaghe linee azzurre perpendicolari che ondeggiavano in mezzo a un fermento indefinibile. Un quadro davvero melmoso, fradicio, serpigno, da fare perdere la testa a un nevrastenico. Eppure, in esso, c'era una specie di sublimità indefinita, semiraggiunta, inverosimile, che senz'altro vi ci incollava l'occhio, finché senza volerlo uno giurava a se stesso di scoprire il significato di quella pittura stupefacente. Di tanto in tanto un'idea brillante ma ahimè ingannevole vi saettava per la mente: «È una tempesta notturna nel Mar Nero. No, è la lotta mostruosa dei quattro elementi primordiali. O una brughiera devastata. Un inverno artico. È lo spezzarsi dei ghiacci nella fiumana del Tempo.» Ma alla fine tutte queste fantasie erano sconfitte da quel non so che di misterioso in mezzo al quadro. Una volta spiegato quello, tutto il resto sarebbe stato chiaro.

 

LXXIX • LA PREGHIERA Per alcuni riguardi, forse la più imponente veduta fisiognomica che si possa avere del capodoglio è quella di piena faccia. Questo suo aspetto è sublime. Una bella fronte umana che pensa è come l'Oriente tormentato dal mattino. Nel riposo del pascolo la fronte arricciata del toro ha in sé qualcosa di grandioso. Quando spinge pesanti cannoni su per le gole montane, la fronte dell'elefante è maestosa. Umana o animale, la misteriosa fronte è come quel gran sigillo aureo apposto dagli imperatori tedeschi ai loro decreti. Significa: «Dio: fatto oggi di mio pugno.» Ma nella maggior parte delle creature, anzi nell'uomo stesso, molto spesso la fronte non è altro che una mera striscia di terra alpina lungo la linea delle nevi. Poche sono le fronti che come quelle di Shakespeare o di Melantone si alzano così in alto e scendono così in profondo, che gli occhi stessi paiono chiari, eterni e immobili laghi montani; e ovunque al di sopra di essi, nelle rughe della fronte, vi sembra di seguire i pensieri dalle grandi corna ramose che vi scendono a bere, come i cacciatori degli Altipiani seguono sulla neve le tracce dei cervi. Ma nel grande capodoglio, quell'alta e possente dignità divina che inerisce alla fronte è così immensamente ampliata, che se lo guardate bene di fronte sentite la divinità e le tremende potenze più fortemente che alla vista di qualsiasi altra cosa viva nella natura.

6 Achab/Moby Dick - Melville/Shakespeare dualismo perfetto
Melville, ha sofferto di crisi depressive e di disperazione personale alleviata dall’intesa epistolare con Hawthorne a cui fu dedicata la prima edizione del romanzo. Il prodotto è fantasia frutto di struggimenti esistenziali reali, domande intimamente ineludibili, di descrizione di luoghi che scottano come il sole o l’inferno. Tutte cose che in genere vengono sottaciute per quieto vivere con noi stessi o perché sappiamo che una volta attivate possiamo soccombere al peso insostenibile delle stesse.
Il confronto stilistico e contenutistico per questa parte dell'opera focalizzata su Achab è con Shakespeare. I documenti selezionati sono orientati a chiarire i due aspetti.

 

XLI • MOBY DICK - Roso di dentro e bruciacchiato di fuori, lacerato di continuo dalle zanne di qualche idea incurabile: un uomo così, a trovarlo, sarebbe il vero tipo fatto per scagliare il rampone e alzare la lancia contro il più terrificante dei bruti. E se per qualche motivo lo si dovesse considerare inabile nel fisico, parrebbe sempre adatto in modo superlativo a eccitare e aizzare i suoi subalterni all'attacco. Comunque sia è certo che Achab, con tutta la sua pazza furia serrata e sprangata nel segreto dell'animo, era partito di proposito per questo viaggio con l'unica e maniaca intenzione di dare la caccia alla balena bianca. Se qualcuno dei suoi vecchi conoscenti di terra avesse appena sospettato ciò che egli covava dentro, con che fretta le loro rette anime sbigottite avrebbero strappato la nave a un uomo così diabolico! Tutto ciò che volevano era una crociera vantaggiosa, un utile da contarsi in dollari di zecca. Ciò che voleva lui era una vendetta temeraria, spietata, ultraterrena.

 

XXXI Ma sì, Starbuck. Ma sì, amici miei, tutti quanti. È stato lui a disalberarmi, lui a regalarmi questo tronco morto su cui ora mi reggo. Ma sì, ma sì!» gridò con un singhiozzo terribile, forte, animalesco come quello di un alce colpito al cuore: «Ma sì, ma sì, è stata quella maledetta balena bianca che mi ha smantellato e mi ha ridotto per sempre un povero buono a niente!» Cominciò a sbattere le braccia e a imprecare paurosamente: «Ma sì, ma sì!» gridava. «E io l'andrò a scovare dietro al Capo di Buona Speranza e al Capo Horn e al Maelstrom e alle fiamme della perdizione prima di perdonargliela. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per cacciare quella balena bianca su tutti e due i lati del continente e in ogni parte del mondo, per fargli sfiatare sangue nero, per buttarla a pinne in aria. Che ne dite, marinai!

 

- XLI • MOBY DICK - Ecco dunque: un vecchio grigio ed empio inseguiva maledicendo attorno alla terra una balena di Giobbe, e per giunta alla testa di una ciurma fatta sopratutto di bastardi rinnegati, di reprobi e di cannibali; un gruppo di uomini indebolito, anzi, dall'insufficienza dell'onestà o virtù isolata e senza altri aiuti di Starbuck, dalla noncuranza e dall'indifferenza così impassibili e spensierate di Stubb, e dalla mediocrità di cui Flask era tutto imbevuto. Un equipaggio simile, e con simili ufficiali, pareva scelto e assortito apposta da qualche fato diabolico per aiutare Achab nella sua vendetta maniaca. Come mai rispondessero tanto alla rabbia del vecchio, quale incantesimo malvagio si fosse impossessato delle loro anime, tanto che a volte quell'odio pareva quasi un loro odio e la balena bianca un nemico che anche loro non potevano soffrire; come mai fu possibile tutto questo, e ciò che era per loro la balena, e perché anche nel loro inconscio la bestia poté presentarsi in qualche modo misterioso e insospettato come il gran demonio che scivola per i mari della vita, per spiegare tutto questo bisognerebbe tuffarsi più a fondo di quanto non sa fare Ismaele. Quel minatore sotterraneo che lavora in tutti noi, come è possibile dire, dal rumore sempre diverso e soffocato che fa il suo piccone, dove conduce il suo pozzo? Chi non sente il braccio irresistibile che ci trascina? Quale battello può starsene fermo, se una corazzata lo rimorchia? Quanto a me, cedetti al rilassamento del tempo e del luogo; ma mentre ero anch'io tutto preso dalla smania di affrontare la balena, non riuscivo a vedere altro in quel bruto che il male più funesto.

 

31 - XXXI "Stammi a sentire di nuovo. Andiamo ancora un po' più a fondo. Tutti gli oggetti visibili, amico, sono solo maschere di cartone. Ma in ogni cosa che succede, nell'azione viva, nel fatto preciso, lì, c'è qualche cosa di sconosciuto ma sempre ragionevole che sporge il profilo della faccia da sotto la maschera cieca. Se l'uomo vuole colpire, deve colpire la maschera! Come può evadere il carcerato se non forza il muro? Per me la balena bianca è quel muro. Me l'hanno spinto accanto. Qualche volta penso che lì dietro non c'è niente. Ma è sempre abbastanza. Mi chiama alla prova. Mi opprime. In essa vedo una forza che è un oltraggio, con una malizia inscrutabile che l'innerva. Quella cosa incomprensibile è sopratutto ciò che odio. Forse la balena bianca è il mandatario, e forse è il mandante, ma io gli rovescerò addosso questo mio odio. Non mi parlare di blasfemia, amico; colpirei il sole se mi offendesse."

 

XLI • MOBY DICK - Ma come nel fluire ristretto della sua ossessione non si era perduto un briciolo della gran pazzia di Achab, così in questa sua totale pazzia non si era spenta neanche una favilla della grande intelligenza che gli era naturale. Ciò che era prima un agente vivo diventò adesso un vivo strumento. Se mi si concede un'immagine così avventata, la sua peculiare demenza diede l'assalto alla sua salute complessiva, la espugnò, e concentrò il tiro di tutti i suoi cannoni sull'unico suo pazzo bersaglio. Sicché Achab non aveva perduto affatto la sua forza, e anzi possedeva ora, per quell'unico scopo, un'energia mille volte maggiore di quella che mai aveva diretto da sano verso un unico oggetto ragionevole.

 

CVI • LA GAMBA DI ACHAB - Nella sua fissazione, qualche volta, Achab non aveva mancato di figurarsi che tutta l'angoscia di quella sua sofferenza non era che la conseguenza diretta di un dolore precedente: e pareva rendersi conto, anche con troppa chiarezza, che come il rettile più velenoso della palude perpetua la sua specie inevitabilmente come il più soave cantore del bosco, così tutte le sciagure, come le felicità, generano per natura i propri simili. Anzi, più che le gioie, pensava Achab: perché sia gli antenati che i discendenti del Dolore arrivano più lontano degli antenati e dei discendenti della Gioia. E per non parlare di ciò che si può dedurre da certi insegnamenti canonici, che certi godimenti terreni non avranno prole nell'altro mondo, ma saranno al contrario seguiti dalla sterilità di tutte le pene infernali, e invece alcune colpevoli sofferenze terrene continueranno fertilmente a generare oltre la tomba un'eterna e crescente progenie di dolori; per non parlare affatto di questo, risulta sempre un'ineguaglianza a un'analisi più profonda della cosa. Difatti, pensava Achab, anche le più sublimi felicità terrene portano in sé una certa meschinità insignificante, mentre in fondo tutti i dolori veri hanno un significato misterioso, e in alcuni uomini una grandezza da arcangeli: e quindi studiarne con cura le origini non può smentire la nostra ovvia deduzione. Seguire le genealogie di questi alti dolori umani ci porta alla fine tra le primogeniture senza fonte degli dei. E perciò in faccia a tutti i soli allegri e fertili, alle rotonde lune di settembre dai cimbali soavi, dobbiamo per forza riconoscere questo: che gli dei stessi non sono sempre felici. Il marchio triste e incancellabile che l'uomo si porta in fronte dalla nascita non è che l'impronta del dolore di chi lo imprime.

7 il mare
Il Moby Dick segna la rinuncia al mare da parte di Melville scrittore. Una rinuncia al mare, alla bellissima Fayaway, la donna che aveva conosciuto durante il suo soggiorno tra i Taipi. Deve essere stata una rinuncia dolorosa, forse intollerabile ma necessaria. Abbandonare il mare e la prospettiva del meraviglioso mistero gravido di pericoli per una sicura, granitica realtà. E’ come se il Moby Dick sia servito da transizione letteraria cosciente da ciò che era a ciò che dovrà essere Melville dopo. Nella insostenibile presa di coscienza di ciò che è la verità nella vita, la morte del mare è atto sacrificale.

 

XLVIII • LA PRIMA CALATA IN MARE - Il vento cresceva fino a ululare, le onde cozzavano assieme i loro scudi, tutta la burrasca ruggiva, si biforcava e ci crepitava attorno come un incendio bianco di praterie in cui bruciassimo senza consumarci, immortali in quelle fauci della morte.

 

XLVIII • LA PRIMA CALATA IN MARE - nessun segno della nave. E il mare che cresceva impediva ogni tentativo di sgottare l'imbarcazione. I remi erano inutili come strumenti per spingerci, ora ci servivano da salvagente. Così, tagliando i legacci del barilotto impermeabile degli zolfanelli, dopo molti insuccessi Starbuck riuscì ad accendere la lampada nella lanterna, e fissandola in cima a un palo di contrassegno la porse a Queequeg, l'alfiere di quella disperata speranza. Ed eccolo lì, che alzava la debole candela nel cuore di quell'onnipotente desolazione. Eccolo lì, segno e simbolo di un uomo senza fede, che disperatamente teneva alta la speranza in mezzo alla disperazione.

 

XLIX • LA IENA Ci sono certi casi e situazioni buffe, in questo strano affare caotico che chiamiamo la vita, in cui un uomo prende tutto quanto l'universo per una gran beffa da villano, però non riesce che vagamente a capirne il sale, e sospetta assai che i danni non siano d'altri che di lui. E tuttavia non trova niente che lo scoraggi e niente per cui valga la pena di azzuffarsi. E inghiotte tutto, fatti e credi e fedi e opinioni, tutte le cose pesanti visibili e invisibili, non importa quanto difficili a digerire, come uno struzzo dallo stomaco potente ingolla pallottole e pietre focaie. E quanto alle piccole difficoltà e ai fastidiucci, alle prospettive d'improvvisa rovina, ai rischi di rimetterci un braccio o la vita, tutto ciò e la morte stessa gli paiono solo bottarelle furbastre e bonarie, allegre gomitate nei fianchi di cui ci onora il vecchio burlone invisibile e indecifrabile. Questa buffa specie di umore capriccioso di cui parlo scende su un uomo soltanto in qualche periodo di estremo tribolo, lo coglie proprio nel mezzo del suo zelo, sicché ciò che un minuto prima gli poteva sembrare cosa di straordinaria importanza, ora gli pare solo parte della beffa generale. Niente come i pericoli della baleneria sa far nascere questo tipo spensierato e strafottente di filosofia gioviale, da gente che non ha nulla da perdere. E così ora consideravo tutto questo viaggio del Pequod e la gran Balena Bianca che ne era lo scopo.

 

LVIII • BRIT Considerate l'astuzia del mare: come le sue creature più temute vanno scivolando sott'acqua, quasi del tutto invisibili, e nascoste perfidamente sotto le più amabili tinte d'azzurro. Considerate anche lo splendore e la bellezza diabolici di tante delle sue tribù più feroci, come le forme aggraziate ed eleganti di molte specie di squali. Considerate ancora il cannibalismo universale del mare, in cui tutte le creature si predano a vicenda conducendo un'eterna guerra fin dall'inizio del mondo. Considerate tutto questo, e poi volgetevi a questa terra verde, gentile e tanto docile. Considerateli tutti e due, il mare e la terra, e non scoprite una strana analogia con qualche cosa in voi stessi? Perché come quest'oceano spaventoso circonda la terra verdeggiante, così nell'anima dell'uomo c'è un'insulare Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata da tutti gli orrori di questa semisconosciuta vita. Vi protegga Iddio! Non vi spingete al largo da quell'isola; potreste non tornare più.

 

LXI - Era la vita profonda del pesce. E di colpo la toccò: perché scattando dal suo torpore in quella cosa indicibile che è detta il suo convulso, il mostro rotolò terribilmente nel suo sangue, si ravvolse come pazzo in una schiuma impenetrabile e ribollente, sicché la barca fu di colpo sbalzata pericolosamente all'indietro, e faticò molto a liberarsi, alla cieca, da quel crepuscolo frenetico, e uscire nell'aria chiara del giorno.
E ora, indebolendosi le convulsioni, ancora una volta vedemmo la balena che mareggiava da fianco a fianco, dilatando e contraendo spasmodicamente lo sfiatatoio, col respiro secco e crepitante dell'agonia. Alla fine, fiotti su fiotti di sangue rosso e grumoso, come feccia purpurea di vino rosso, schizzarono nell'aria atterrita, e ricadendo sgocciolarono in mare lungo i suoi fianchi immobili. Il cuore le era scoppiato.

8 l'inferno ovvero il problema del male
Melville scrisse a Hawthorne: Ho scritto un libro malvagio e mi sento innocente come un agnello.
Dal capitolo intitolato Zuppa di pesce al 135°, il terzo giorno di caccia, l’inferno è citato ironicamente come in quello proposto qui (cap. XVII, Il ramadan) o in modo tragicamente serio come il luogo verso il quale sprofondano Achab e il Pequod non prima di aver trascinato con sé il falco, una viva parte del cielo. Il romanzo è intriso di visioni puritane, di retorica mutuata dai salmi di cui è chiaro esempio padre Mapple interpretato da Orson Welles nell’omonimo film di Huston. Il male, il peccato, il senso di colpa sono i temi trattati nei grandi romanzi dell’epoca e Melville non è da meno, entra da protagonista nella disputa Trascendentalismo/Anti-Trascendentalista sulla visione della natura a cui parteciparono Hawthorne e Dickinson tra gli altri.

 

XV • ZUPPA DI PESCE Sarà che allora ero troppo sensibile a certe impressioni, ma non potei impedirmi di fissare quella forca con un vago presentimento. Avvertivo alla nuca una specie di crampo nell'alzare la testa per guardare i due corni superstiti: sissignori, due, uno per Queequeg, e uno per me. È di malaugurio, pensai. Una bara per albergo nel mettere piede al mio primo porto baleniero, lapidi mortuarie che mi guardano nella cappella del baleniere, e qui un patibolo! E per giunta un paio di smisurate marmitte nere, che forse volevano suggerire oblique allusioni all'Inferno.

 

XVII • IL RAMADAN l'inferno è un'idea nata in origine dall'indigestione di un pasticcio di mele; e perpetuata da allora per via delle dispepsie ereditarie causate dai Ramadan.

 

XCIX • IL DOBLONE - C'è sempre qualcosa di egoistico nelle cime di montagna e nelle torri e in tutte le altre cose grandiose e sublimi. Guarda qua: tre picchi superbi come Lucifero. La torre solida, quella è Achab; il vulcano, quello è Achab; l'uccello coraggioso, intrepido, vittorioso, anche lui è Achab. Tutti sono Achab. E quest'oro rotondo non è che l'immagine del globo più rotondo, che come lo specchio del mago non fa che rimandare a ciascuno l'immagine del suo proprio io misterioso. Grandi fatiche, poco profitto per quelli che chiedono al mondo la propria spiegazione; il mondo non sa spiegare se stesso.

 

CXXXV • LA CACCIA. TERZO GIORNO Un falco, che aveva beffardamente seguito il pomo di maestra giù dalla sua naturale dimora tra le stelle, beccando all'insegna e molestando Tashtego, cacciò per caso la larga ala palpitante tra il martello e il legno; e in un baleno avvertendo quel sussulto etereo, il selvaggio affondato lì sotto, nel suo rantolo di morte, tenne inchiodato il martello. E così l'uccello del cielo, con strida d'arcangelo, rizzando in alto il rostro imperiale, e tutto il corpo imprigionato avvolto nella bandiera di Achab, andò a fondo con la sua nave, che come Satana non volle calare all'inferno finché non ebbe trascinata con sé, come elmo, una viva parte del cielo. Ora piccoli uccelli volarono stridendo sul vortice ancora aperto. Un tetro frangente biancastro urtò contro i suoi bordi ripidi. Poi tutto crollò, e il gran sudario d'acqua tornò a mareggiare come aveva fatto cinquemila anni fa.

 

XLI • MOBY DICK - Ecco dunque: un vecchio grigio ed empio inseguiva maledicendo attorno alla terra una balena di Giobbe, e per giunta alla testa di una ciurma fatta sopratutto di bastardi rinnegati, di reprobi e di cannibali; un gruppo di uomini indebolito, anzi, dall'insufficienza dell'onestà o virtù isolata e senza altri aiuti di Starbuck, dalla noncuranza e dall'indifferenza così impassibili e spensierate di Stubb, e dalla mediocrità di cui Flask era tutto imbevuto. Un equipaggio simile, e con simili ufficiali, pareva scelto e assortito apposta da qualche fato diabolico per aiutare Achab nella sua vendetta maniaca. Come mai rispondessero tanto alla rabbia del vecchio, quale incantesimo malvagio si fosse impossessato delle loro anime, tanto che a volte quell'odio pareva quasi un loro odio e la balena bianca un nemico che anche loro non potevano soffrire; come mai fu possibile tutto questo, e ciò che era per loro la balena, e perché anche nel loro inconscio la bestia poté presentarsi in qualche modo misterioso e insospettato come il gran demonio che scivola per i mari della vita, per spiegare tutto questo bisognerebbe tuffarsi più a fondo di quanto non sa fare Ismaele. Quel minatore sotterraneo che lavora in tutti noi, come è possibile dire, dal rumore sempre diverso e soffocato che fa il suo piccone, dove conduce il suo pozzo? Chi non sente il braccio irresistibile che ci trascina? Quale battello può starsene fermo, se una corazzata lo rimorchia? Quanto a me, cedetti al rilassamento del tempo e del luogo; ma mentre ero anch'io tutto preso dalla smania di affrontare la balena, non riuscivo a vedere altro in quel bruto che il male più funesto.

 

CXIX • LE CANDELE - Tu puoi accecare; ma io posso poi brancolare. Tu puoi consumare, ma io posso ancora essere cenere. Accetta l'omaggio di questi poveri occhi e delle mani che li coprono. Per me, io non lo vorrei. La folgore mi traversa il cranio; le pupille mi fanno sempre più male, tutto il cervello contuso mi pare si stacchi dal capo e rotoli su qualche terreno sassoso. Oh! Oh! Ma per quanto bendato ti parlerò. Sei luce, ma esci dalla tenebra; ma io sono tenebra che balza fuori dalla luce, che balza fuori da te! I giavellotti cessano; occhi, apritevi. Vedete o no? Lassù ardono le fiamme! O tu magnanimo! ora mi glorio della mia genealogia. Ma tu non sei che il mio padre di fuoco; la mia dolce madre, non la conosco. Oh crudele, che hai fatto di lei? Ecco il mio enigma; ma il tuo è ancora più grande. Tu non sai da dove sei nato, e perciò ti dici non generato; non conosci certamente il tuo principio, e per questo ti chiami senza principio. Io so di me quello che tu non sai di te stesso, onnipotente. C'è qualcosa di trascendente di là da te, o chiaro spirito, dinanzi a cui tutta la tua eternità non è che tempo, tutta la tua creatività cosa meccanica. Attraverso te, il tuo io fiammeggiante, i miei occhi scottati lo vedono confusamente. O tu fuoco trovatello, tu eremita da sempre, anche tu hai il tuo enigma incomunicabile, il tuo dolore indiviso. Qui di nuovo col mio superbo dolore riconosco mio padre. Balza! Balza in alto e lambisci il cielo! Io salto con te, io brucio con te, e vorrei saldarmi con te, e sfidandoti ti adoro!

9 Balene tra mito e realtà
LXXXII • L'ONORE E LA GLORIA DELLA BALENERIA Il valente Perseo figlio di Giove fu il primo baleniere; e sia detto a onore eterno della nostra professione che la prima balena assalita dalla nostra confraternita non venne uccisa per uno scopo sordido. Quelli erano i tempi cavallereschi del nostro mestiere, quando portavamo armi solo per soccorrere gli afflitti e non per riempire i lumi del genere umano. Ognuno sa la magnifica storia di Perseo e Andromeda: come l'amabile Andromeda, figlia di re, venne legata a una roccia sulla costiera, e mentre il leviatano era sul punto di rapirla, Perseo principe dei balenieri avanzando intrepido arpionò il mostro, e liberò e sposò la fanciulla. Fu un'ammirevole impresa artistica, raramente eguagliata dai migliori ramponieri del nostro tempo, tanto più che il leviatano fu ucciso al primo lancio.
E che nessuno metta in dubbio questa storia archita, perché nell'antica Joppa, ora Giaffa sulla costa di Siria, in uno dei templi pagani si conservò per molti secoli un grande scheletro di balena, che le leggende cittadine e tutti gli abitanti davano per le stessissime ossa del mostro ucciso da Perseo. Quando i Romani presero Joppa, proprio questo scheletro fu portato in trionfo in Italia. E ciò che sembra più singolare e significativo in questa storia è che proprio da Joppa salpò Giona.

 

LXXXII • L'ONORE E LA GLORIA DELLA BALENERIA Affine all'avventura di Perseo e Andromeda, e anzi derivata indirettamente da essa secondo qualcuno, è quella famosa storia di San Giorgio col Drago: il quale drago io sostengo essere stato una balena, perché in molte cronache antiche balene e draghi sono buffamente accozzati assieme e spesso scambiati l'uno per l'altra. «Tu sei come un leone delle acque, e come un dragone del mare,» dice Ezechiele, e con ciò indica chiaramente la balena, che anzi certe versioni della Bibbia usano senz'altro la parola. Del resto la gloria dell'impresa ne scapiterebbe assai, se San Giorgio non avesse affrontato che un rettile di quelli che vanno strisciando per terra invece di battagliare contro il gran mostro degli abissi. Ognuno può ammazzare un serpaccio, ma solo un San Giorgio, un Coffin hanno tanto fegato da marciare audacemente contro la balena.
Non lasciamoci sviare dalle pitture moderne di questo episodio; per quanto la bestia affrontata da quell'antico valente baleniere è vagamente raffigurata a forma di grifone, e la battaglia è dipinta sulla terraferma e il santo a cavallo, pure se consideriamo la grande ignoranza di quei tempi, in cui la vera forma della balena era sconosciuta agli artisti, e se teniamo presente che, come nel caso di Perseo, la balena di San Giorgio poté sbucare dall'acqua e arrampicarsi sulla spiaggia, e inoltre che l'animale cavalcato da San Giorgio poté essete nient'altro che una grossa foca o un cavallo marino, insomma, tenendo presente tutto questo non parrà del tutto incompatibile con la sacra leggenda e con le più antiche illustrazioni della scena sostenere che questo cosidetto drago non fosse altro che il gran leviatano in persona. Di fatto, messa di faccia alla stretta e puntuta verità, tutta questa storia farà la fine di quell'idolo pesce-mammifero-uccello dei Filistei chiamato Dagone; che piantato davanti all'arca d'Israele si vide cascare la testa cavallina e ambedue le palme delle mani, e non gli restò più che il tronco o parte pesciosa. E allora, è chiaro che uno del nostro nobile stampo, proprio un baleniere, è il patrono tutelare dell'Inghilterra, e a buon diritto noi ramponieri di Nantucket dovremmo essere immatricolati nell'ordine nobilissimo di San Giorgio. E perciò non dovrebbero i cavalieri di quell'onorevole truppa (nessuno dei quali, oso dire, avrà mai avuto a che fare con una balena come il loro gran patrono), non dovrebbero, dico, guardare con disprezzo un marinaio di Nantucket, dal momento che anche nei nostri camiciotti di lana e con le nostre brache incatramate abbiamo molto maggiore diritto di loro alla decorazione di San Giorgio.

 

LXXXII • L'ONORE E LA GLORIA DELLA BALENERIA Quanto ad ammettere Ercole tra i nostri, su ciò sono rimasto in dubbio a lungo: è vero che secondo le mitologie greche quel Crockett e Kit Carson dell'antichità, quel muscoloso eroe di tanti bei fatti esilaranti fu inghiottito e ributtato da una balena, ma si potrebbe discutere se ciò basti a fare di lui, strettamente parlando, un baleniere. Nessun documento ci dice che egli ramponò effettivamente il suo pesce, tranne che dal di dentro, forse. Tuttavia lo si può considerare una specie di baleniere involontario, e a ogni modo la balena acchiappò lui, se non lui la balena. Lo rivendico alla nostra tribù.
Ma le migliori e opposte autorità pensano che questa storia greca di Ercole e la balena sia derivata dalla storia ebraica ancora più antica di Giona e della sua balena, e viceversa. Certo le storie si somigliano parecchio. E allora se rivendico il semidio come non rivendicare il profeta?
Né solo santi, semidei e profeti comprende il registro del nostro ordine. Il nostro gran maestro non l'ho ancora nominato. Sì, come i regali monarchi d'un tempo, noi troviamo le sorgenti della nostra confraternita nientedimeno che tra gli stessi dei. Bisogna ora raccontare di su i Sacri Libri quella meravigliosa storia orientale che ci presenta il tremendo Visnù, una delle tre persone della divinità indiana, ci presenta questo divino Visnù come nostro Signore: Visnù, che con la prima delle sue dieci incarnazioni terrene ha dato eterna distinzione e santità alla balena. Quando Brama, Dio degli Dei, così dice il Libro, decise di ricreare il mondo dopo una delle sue periodiche dissoluzioni, egli generò Visnù per presiedere all'operazione; ma i Veda o libri mistici, la cui lettura pare fosse indispensabile a Visnù prima di cominciare la creazione, e che quindi dovevano contenere qualcosa come una serie di consigli pratici per giovani architetti, quei Veda si trovavano buttati in fondo alle acque, sicché Visnù s'incarnò in una balena e tuffandosi nella pelle di quest'ultima fino ai più profondi abissi, riportò a galla i sacri libri. Non fu allora un baleniere questo Visnù, proprio come è chiamato un cavaliere l'uomo che monta un cavallo?
Perseo, San Giorgio, Ercole, Giona e Visnù! Che bel registro d'immatricolazione! E quale club, oltre quello dei balenieri, può cominciare in un modo simile?

10 la balena in Moby Dick
CXXXIV • LA CACCIA. SECONDO GIORNO Emergendo con tutta la sua velocità dai più lontani abissi, il capodoglio scaglia così la sua intera massa nel puro elemento dell'aria, e accatastando una montagna accecante di spuma indica la sua posizione alla distanza di più di sette miglia. In quei momenti le onde lacere e irose che si scrolla di dosso paiono la sua criniera; in qualche caso, questo salto è il suo gesto di sfida.

 

LXXXVII • LA GRANDE ARMADA Ma molto più in basso di questo mondo stupefacente della superficie, un altro e anche più strano mondo colpì i nostri occhi quando ci sporgemmo a guardare in acqua. Perché sospese in quei sotterranei d'acqua fluttuavano le forme delle madri che allattavano, e di quelle che per la loro circonferenza enorme parevano prossime a diventare madri.

11 il microcosmo sociale
I marinai del Pequod sono sostanzialmente presenti secondo una scala di valori centrati sulla consapevolezza. Il primo ufficiale del Pequod, Starbuck, è un uomo religioso e miope, solido e prudente: ammazza balene con coraggio per guadagnarsi la vita, ma non sa resistere agli "spaventi dello spirito". Il secondo ufficiale, Stubb, è un cinico, un indifferente, un "tecnico": "Quand'era a tu per tu con la balena, proprio nella stretta mortale della lotta, maneggiava la lancia con crudeltà fredda e spigliata, come un calderaio il martello, fischiettando". Le "tribolazioni umane" le ha esorcizzate col fumo della pipa: "Il mio undicesimo comandamento è non pensare, e il dodicesimo è dormi fin che puoi". Il terzo ufficiale, Flask, è bellicoso ma ignorante: "Nella sua modesta opinione la stupefacente balena non era che una specie di topolino ingrandito o al massimo un ratto di fogna".

 

Gli ufficiali sono tutti anglosassoni, i ramponieri e la ciurma sono uomini di tutte le parti del mondo; l'imperialismo yankee viene così icasticamente raffigurato: "Gli americani di nascita forniscono generalmente il cervello, e il resto del mondo i muscoli". Il ramponiere di Starbuck è il polinesiano Queequeg; quello di Stubb è Tashtego, "un pellerossa purosangue"; quello di Flask è Daggoo, un "negro imperiale" africano: "Un bianco che gli stesse davanti pareva una bandiera bianca venuta ad implorare tregua a una fortezza".

 

Tralasciando la questione personale di Achab come uomo, non da meno interessa quella della sua ciurma, un microcosmo votato al suicidio collettivo perché ha abbracciato l’irrazionale visione del mondo del capitano scellerato. In questo senso l’opera è stata analizzata come microcosmo in cui dalla democrazia iniziale, nella baleniera tutti hanno un ruolo e il fine è economico e commerciale (visione del vice Starbuck), si passa alla dittatura del singolo che con l’arte della parola e il magnetismo dello sguardo sottomette l’intera ciurma con due sole eccezioni appunto, Starbuck e Ismaele. Melville ha volutamente contemplato tra i marinai le varie etnie di cui era composta la nazione americana. E’ un trattato naturalistico sui cetacei e sul loro elemento, il mare, descritto con il dettaglio dell’osservatore scientifico e la penna del poeta. Non c’è probabilmente testo che abbia concentrate tante multicolori visioni, riflessioni, sul mare come specchio dell’anima inquieta. Il cangiante e continuo luccichio sulla superficie del mare d’agosto deve essere stato modello di stile linguistico per Melville che, da marinaio, sapeva di ciò che scriveva. Il mare è sullo sfondo, il suo luccichio riflesso è linguistico.

 

XXVII • CAVALIERI E SCUDIERI Ora questi tre ufficiali, Starbuck, Stubb e Flask, erano pezzi grossi. Erano loro che per legge rispettata da tutti comandavano tre delle lance del Pequod come capibarca. In quel grande ordine di combattimento in cui il capitano Achab avrebbe probabilmente schierato le sue forze per gettarsi sulle balene, questi tre capibarca erano come capitani di
compagnia, o meglio, essendo armati di lunghe taglienti lance da balena, erano come un terzetto scelto di lancieri, proprio come i ramponieri erano i tiratori di giavellotto.
E siccome in questo mestiere famoso ogni ufficiale o capobarca, come un antico cavaliere gotico, è sempre accompagnato dal suo pilota o ramponiere, che in certi casi gli passa un'altra lancia, quando la prima si è storta o piegata malamente nell'urto. E siccome inoltre fra questi due esiste generalmente una stretta intimità e amicizia, conviene proprio a questo punto precisare chi erano i ramponieri del Pequod e a quale capoccia apparteneva ciascuno di loro.
Primo tra tutti c'era Queequeg, che il primo ufficiale Starbuck si era scelto per scudiero. Ma Queequeg già lo conosciamo.
Poi veniva Tashtego, un indiano purosangue del Capo Allegro, il promontorio più a tramontana del Vigneto di Marta, dove ancora esiste l'ultimo rimasuglio di un villaggio di uomini rossi, che da molto tempo ha fornito parecchi dei suoi ramponieri più audaci all'isola vicina di Nantucket.

 

XXVII • CAVALIERI E SCUDIERI Nella pesca li chiamano di solito col nome genetico di Capiallegri. Tashtego aveva capelli lunghi, sottili e nerissimi, zigomi alti e occhi neri tondeggianti, che per un pellerossa erano di grandezza orientale, ma antartici nell'espressione scintillante. Tutto questo bastava a dichiararlo erede del sangue incontaminato di quei superbi guerrieri e cacciatori che avevano scorrazzato con l'arco in pugno le foreste aborigene del continente alla ricerca della grande alce del New England. Ma ora Tashtego non annusava più le peste degli animali selvaggi nei boschi, cacciava sulla scia delle grandi balene del mare, e il rampone sicuro del figlio rimpiazzava degnamente la freccia infallibile dei padri. Guardando la fulva robustezza delle sue leste membra di serpe, veniva quasi di credere alle superstizioni di alcuni dei primi puritani, e un po' ci si convinceva che questo indiano selvaggio era figlio del Principe dei Poteri dell'Aria. Tashtego era lo scudiero del secondo ufficiale Stubb.

 

XXVII • CAVALIERI E SCUDIERI Terzo tra i ramponieri era Daggoo, un selvaggio gigantesco, nero come il carbone, con un passo leonino: pareva un Assuero. Dalle orecchie gli pendevano due cerchi d'oro, così grossi che i marinai li chiamavano perni ad anello e parlavano di assicurarvi le drizze di gabbia. In gioventù Daggoo si era imbarcato di propria volontà su una baleniera ancorata in una baia solitaria della costa dove era nato. E siccome non conosceva altro del mondo che l'Africa, Nantucket e i porti pagani più frequentati dai balenieri, e ormai aveva fatto per anni quel mestiere audace su navi di proprietari che contrariamente al solito badavano a che specie d'uomini si mettevano a bordo, Daggoo conservava tutte le sue virtù barbariche: dritto come una giraffa, si aggirava per i ponti in tutta la pompa dei suoi sei piedi e cinque, con le calze. A guardarlo si provava un'umiltà corporale; e un bianco che gli stava davanti pareva una bandiera bianca venuta a implorare tregua a una fortezza. Strano a dirsi, questo negro imperiale, questo Daggoo Assuero, era lo scudiero del piccolo Flask, che accanto a lui pareva una pedina.

 

XXVIII • ACHAB All'aspetto non mostrava segno riconoscibile di malattia, e neanche pareva in convalescenza. Aveva l'aria di uno staccato dal rogo mentre che il fuoco gli copre e devasta le carni, ma senza consumarle o rubare nemmeno un briciolo della loro durezza fitta e matura. Tutta la sua figura alta e grande pareva fatta di bronzo massiccio e gettata in uno stampo inalterabile, come il Perseo fuso da Cellini. Tra i capelli grigi si faceva strada un segno sottile come una bacchetta, di un biancore livido, e gli scendeva su un lato della faccia e del collo scuri e bruciacchiati, finché spariva nel vestito. Somigliava alla cicatrice perpendicolare prodotta a volte nel tronco alto e dritto di un grande albero, quando il fulmine vi guizza sopra lacerante, e senza svellere un solo rametto spella e scava la corteccia da cima a fondo prima di scaricarsi per terra, lasciandolo vivo e verde ma segnato.

 

XXXVI • IL CASSERO - Bevete, ramponieri, bevete e giurate, voi che guarnite a prua la lancia esiziale: morte a Moby Dick! Dio ci perseguiti tutti se non cacceremo Moby Dick fino alla morte!

 

XXXI «Chi di voi mi segnala una balena con la testa bianca, la fronte rugosa e la mandibola storta, chi di voi avvista questa balena bianca con tre buchi nella pinna destra della coda, guardate! Chi segnala questa balena avrà quest'oncia d'oro, ragazzi!»

12 uccelli in Moby Dick

L’Aquila dei Catskill

 

LA RAFFINERIA E in certe anime c'è un'aquila dei Catskill che può sia tuffarsi nelle gole più oscure, sia risalirne fuori e librarsi invisibile negli spazi del sole. E anche se voli per sempre nella gola, quella gola è tra le montagne, sicché perfino nel suo tuffo più fondo l'aquila montana è sempre più alta degli altri uccelli della pianura, per quanto possano salire.

 

Il falco

 

CXXXV • LA CACCIA. TERZO GIORNO Un falco, che aveva beffardamente seguito il pomo di maestra giù dalla sua naturale dimora tra le stelle, beccando all'insegna e molestando Tashtego, cacciò per caso la larga ala palpitante tra il martello e il legno; e in un baleno avvertendo quel sussulto etereo, il selvaggio affondato lì sotto, nel suo rantolo di morte, tenne inchiodato il martello. E così l'uccello del cielo, con strida d'arcangelo, rizzando in alto il rostro imperiale, e tutto il corpo imprigionato avvolto nella bandiera di Achab, andò a fondo con la sua nave, che come Satana non volle calare all'inferno finché non ebbe trascinata con sé, come elmo, una viva parte del cielo. Ora piccoli uccelli volarono stridendo sul vortice ancora aperto. Un tetro frangente biancastro urtò contro i suoi bordi ripidi. Poi tutto crollò, e il gran sudario d'acqua tornò a mareggiare come aveva fatto cinquemila anni fa.

 

Piccoli uccelli

 

CXXXV • LA CACCIA. TERZO GIORNO - Un falco, che aveva beffardamente seguito il pomo di maestra giù dalla sua naturale dimora tra le stelle, beccando all'insegna e molestando Tashtego, cacciò per caso la larga ala palpitante tra il martello e il legno; e in un baleno avvertendo quel sussulto etereo, il selvaggio affondato lì sotto, nel suo rantolo di morte, tenne inchiodato il martello. E così l'uccello del cielo, con strida d'arcangelo, rizzando in alto il rostro imperiale, e tutto il corpo imprigionato avvolto nella bandiera di Achab, andò a fondo con la sua nave, che come Satana non volle calare all'inferno finché non ebbe trascinata con sé, come elmo, una viva parte del cielo.



 

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